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“Normale”, si fa per dire

Nel solco di una grande tradizione, Pisa oggi può vantare l’eccellenza di un sistema universitario e di ricerca che non teme confronti. Le pietre delle case torri medievali e delle fastose dimore gentilizie che si affacciano lungo l’Arno sono spalle robuste per reggere il peso di tanti secoli di storia e per tenere alto il nome di una cultura e di una tradizione di studi che in questa città ha radici molto profonde.

Dovunque, camminando nel dedalo di vicoli e strade di Pisa, è possibile scorgere gruppi di studenti che entrano ed escono da palazzi storici oggi sedi di biblioteche e dipartimenti universitari.
È
l’epilogo di un lento mutamento che in pochi decenni ha cambiato il volto della città: e così, sotto le volte di saloni affrescati dai quali fanno capolino vivaci e un po’ irriverenti angioletti settecenteschi, non si celebrano più i fasti dell’aristocrazia cittadina, ma si aprono spesso aule di facoltà universitarie e laboratori ad altissima specializzazione dove ogni giorno si abbattono le ultime frontiere della ricerca scientifica e tecnologica. È un po’ questo il campus pisano, cioè una città viva e moderna nata nella città antica e della memoria, costruita un pezzo dopo l’altro attraverso una “campagna acquisti” compiuta dall’ateneo rendendo inoltre possibile il salvataggio e il restauro di importanti edifici collegati al nome e alla storia di Pisa. La presenza dell’Università e di importanti sedi di ricerca riscatta anche il nome di Pisa da quel torpore e da quella sindrome comuni anche ad altre città che, dopo una gloriosa e sfolgorante stagione vissuta nei tempi antichi, trasformano il proprio passato nell’alibi per un presente fiacco e indolente.
De
lla potenza dell’antica Repubblica Marinara – sconfitta dai genovesi nel 1284 nella battaglia navale della Meloria – restano tracce e testimonianze indelebili a partire dai candidi marmi della piazza dei Miracoli, ma il ricordo della forza perduta si è trasformato in una macerata e uggiosa malinconia architettonica, monumentale, persino umana, che da secoli accompagna il lento scorrere delle acque dell’Arno.
La
nascita dello Studio Pisano – che risale al 1343 con la bolla pontificia In supremae dignitatis – ha contribuito a riscattare, almeno in parte, questa immagine.
Oggi l’Università è strutturata su 11 Facoltà e 57 Dipartimenti per un totale di oltre 48mila studenti, ma nel suo primo periodo non ha certo avuto vita facile, risultando direttamente coinvolta nelle vicende politiche dell’epoca. Basti dire che dopo la ribellione di Pisa alla signoria fiorentina (1494) conclusa con un lungo assedio e la successiva riconquista della città (1509), l’ateneo viene trasferito prima a Prato e poi a Pistoia.
È solo con il granduca Cosimo I de’ Medici (1519-1574) che l’ateneo ottiene nuovi finanziamenti e Statuti diventando uno dei massimi centri di ricerca e di insegnamento a livello europeo: sono gli anni dello scienziato pisano Galileo Galilei (1564-1642) che formula la teoria dell’isosincronismo del pendolo osservando le oscillazioni di un lampadario all’interno della cattedrale. Nel XVI secolo nasce anche l’Orto Botanico (1544), per iniziativa del medico Luca Ghini: è il più antico al mondo insieme a quello di Padova.
Do
po il rinnovato interesse e impulso dato all’Università nella seconda metà del Settecento dai granduchi della nuova dinastia, gli Asburgo-Lorena, nel periodo napoleonico l’ateneo viene trasformato in Accademia Imperiale, ma soprattutto nasce (1810) la Scuola Normale Superiore, creata sul modello di quella di Parigi. La più prestigiosa Scuola di eccellenza italiana ha sede nel palazzo della Carovana, che deve il suo aspetto attuale (1562) al genio e alla mano di Giorgio Vasari. Siamo in piazza dei Cavalieri e qui nell’antichità sorgeva il Palazzo degli Anziani del Popolo e svettava una Torre della famiglia Gualandi, tristemente nota per esservi stato rinchiuso e fatto morir di fame (1289) il conte Ugolino della Gherardesca insieme ai suoi due figli e nipoti, tutti immortalati in un celebre passo nel canto XXXIII dell’Inferno dantesco. Non molto lontano, in via della Faggiola, a poche decine di metri dalla piazza, sorge la casa dove Giacomo Leopardi nel 1828, durante il suo soggiorno pisano, compose A Silvia. Il portone dell’abitazione è sempre quello conosciuto dal poeta e ancora oggi, ogni settimana, una mano gentile vi depone un mazzolino di fiori freschi in omaggio al cantore di Recanati. Nelle stanze che ospitarono Leopardi si trovano alcuni dei laboratori più moderni della Scuola Normale. Sono le frontiere avanzate della ricerca, sia in campo scientifico che umanistico, quelle in cui si gioca una grande scommessa: vincere la competizione della conoscenza e del sapere, sfida strategica per una Università che voglia essere all’avanguardia. In una nuova realtà che chiede sempre più tecnologia, informazioni e un rapporto ancora più stretto tra industria e ricerca, la Scuola Normale non ha alcuna intenzione di chiudersi in se stessa. Con i suoi due secoli di storia e con le sue glorie incorniciate (Giosué Carducci, Carlo Rubbia ed Enrico Fermi, per citare solo i Premi Nobel), essa adotta un modello preciso per formare studenti, scienziati e cittadini. Basta scorrere l’elenco di tutti gli allievi, dal 1810 ad oggi, per rimanere impressionati: oltre ai tre Nobel, vi figurano i nomi di due presidenti della Repubblica (Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Gronchi), fisici, matematici, filologi e grandi scrittori. Ogni anno la selezione per entrare è molto severa, ma in quasi due secoli questa Scuola ha sempre tenuto fede alla sua tradizione e continuato a formare una bella fetta della classe intellettuale e dirigente italiana. In un ex monastero benedettino del XIV secolo, immerso nel cuore del centro storico, completamente ristrutturato e circondato da giardini e spazi verdi, ha invece sede l’altra scuola di eccellenza pisana, la Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna, nata nel 1987 dalla fusione della Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento con il Conservatorio Sant’Anna, due istituzioni eredi di una lunga e consolidata tradizione di studi. In questa Scuola, che ha dato la laurea, tra gli altri, all’ex presidente del consiglio Giuliano Amato e agli ex ministri Enrico Letta e Antonio Maccanico, si entra superando una selezione che verifica potenzialità, attitudini e curiosità intellettuali dei candidati. La Scuola ha accresciuto negli anni la propria offerta formativa con l’obiettivo di sperimentare percorsi innovativi nella ricerca e nella formazione ad altissimo livello, per rispondere alle crescenti istanze di modernizzazione e innovazione della società.
Ma Pisa, città della scienza, possiede anche un altro primato: all’ombra della Torre pendente è infatti nata la Cep – Calcolatrice elettronica pisana, il primo calcolatore progettato e costruito in Italia. Tutto iniziò per un suggerimento di Enrico Fermi. Era il 1953 e le province di Pisa, Lucca e Livorno misero a disposizione la somma, significativa per quei tempi, di 150 milioni di lire per la realizzazione di un sincrotone (che venne poi costruito a Frascati). Fermi suggerì di utilizzare la maggior parte di quel finanziamento per progettare e dar vita a un calcolatore elettronico, la Cep appunto. Il gruppo di ricerca che l’aveva ideata confluì poi nel Csce – Centro studi calcolatrici elettroniche del Cnr – Consiglio Nazionale delle Ricerche che oggi a Pisa ha uno dei suoi più importanti insediamenti: ben 15 istituti per un centro di ricerca che è incubatore di tecnologie e professionalità che ne fanno una struttura di assoluta eccellenza a livello nazionale e internazionale.
Insomma, Pisa come città di ingegno, arte e cultura, nei secoli ha stregato giovani innamorati e severi professori, dotti scienziati e disincantati narratori, ispirandone scritti e ricordi molti dei quali tramandati su pagine rimaste indelebili.

Guglielmo Vezzosi, giornalista de La Nazione